Immersa in una rivoluzione, ma solo fino al cuore.

Foto di Livia Cozzolino

Mi trovo in Ecuador, dove sto vivendo il mio anno di servizio civile presso la Yachay Wasi, una scuola bilingue kichwa, situata nella periferia di Quito (capitale del paese).
Mercoledì scorso (2 Ottobre) viene comunicato che le scuole rimarranno chiuse il giorno successivo per uno sciopero dei trasporti che, con ogni probabilità, verrà accompagnato anche da una grande manifestazione.
Lo sciopero inizia effettivamente dai trasportatori e per questo alcuni pensano alla lobby che, nel paese, si considera privilegiata per il prezzo stracciato della benzina (~1,20 $ al gallone, quasi 5 litri). Il governo
guidato da Lenin Moreno infatti ha appena approvato il cosiddetto paquetazo, un insieme di misure economiche neoliberali necessarie, a suo dire, per compiere con il prestito condizionato del FMI (fondo
monetario internazionale). Inizia così uno sciopero di bus urbani e extraurbani. Il pensiero di noi volontari è in primo luogo ai progetti:
gli anziani e gli indigenti che rimangono senza pranzo, bambini che rimangono a casa e che saranno confusi su quanto succede. Lavoriamo da casa alla raccolta fondi per il CEIPAR, all’aggiornamento della scheda
progettuale Yachay Wasi, cuciamo le borse in tela per l’autofinanziamento di Cochapamba. Passiamo la giornata in casa, qualcuno prova ad esplorare il quartiere, ma le strade son deserte e i negozi quasi tutti chiusi. Le notizie dalla piazza sono considerevoli. Ci arriva anche una mail dall’ufficio di Roma in cui ci viene sconsigliato di recarci in centro e di mantenere alta l’attenzione. La sera il governo proclama lo Stato d’Eccezione, proviamo a capire cosa comporti e iniziamo a percepire un drastico cambio di prospettive. Venerdì la situazione è la stessa e noi rimaniamo ancora a casa lo stato d’animo è tra il confuso e il sollevato per questi giorni di riposo inaspettati. Collateralmente allo sciopero dei trasportatori è iniziata
una mobilitazione delle comunità indigene. L’aumento del prezzo della benzina ricadrà su tutto il commercio interno e quindi sulla popolazione e particolarmente sugli indigeni che ancora appartengono alla classe medio bassa di agricoltori e coltivatori. Ci giungono notizie di blocchi stradali lungo le vie che circondano la capitale. Non si passa se non per unirsi alle manifestazioni in città. Durante il fine settimana infatti sono iniziate le marce della popolazione indigena dalle comunità di tutta la provincia della sierra, dirette verso la capitale e le altre maggiori città del paese dove sono previste mobilitazioni. Carovane di migliaia di persone che si muovono a piedi o con furgonetas, attraversano le barricate stradali disseminate ormai su tutto il territorio nazionale e irrompono nelle vie della città.
Inizio a pensare che nemmeno i nostri responsabili alla Yachay Wasi, membri del CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indígenas de Ecuador), avessero ben percepito dall’inizio delle proteste le proporzioni di quanto stava per succedere …e nemmeno ora ne hanno bene la misura. Più volte in passato il movimento indigeno si è reso protagonista di mobilitazioni che hanno portato alla caduta del governo e l’obiettivo sembra proprio essere questo anche adesso.

Anche lunedì siamo a casa e a questo punto mi appare chiaro che non avremo modo di tornare a lavoro fino alla conclusione delle proteste. Non sappiamo cosa aspettarci, quanto durerà questa situazione? Pe Mercoledì 9 era già stato annunciato uno sciopero generale, data che a questo punto ci sembra cruciale. Mi affaccio al supermercato e la situazione che mi appare è decisamente inaspettata: una riduzione drastica dei prodotti negli scaffali, reparto frigo quasi esaurito, frutta e verdura agli sgoccioli e una
moltitudine di persone che si affretta a riempire i carrelli per fare scorte alimentari. La chiusura delle strade verso la città continua e con questa si sono interrotti i rifornimenti di generi alimentari. Non avevo mai vissuto personalmente una situazione simile e, sebbene la mia testa mi richiami alla calma e alla razionalità, l’emotività inizia a fare la sua parte. Le emozioni che avverto sono confuse, ma anche forti. Lavoro con indigeni, ho visitato le oro comunità, conosciamo personalmente molte persone che potrebbero essere notevolmente colpite dalle misure adottare dal governo. Mi sento solidale con le proteste e con le loro ragioni, ma allo stesso tempo percepisco una distanza enorme con le cause profonde legate alle terre che calpesto solo da ospite temporanea. A questo si aggiunge una distanza culturale rispetto alle dinamiche di piazza per cui non riesco esattamente a capire e comprendere come si stia organizzando la protesta.

Quello che invece si riesco a vedere e che mi impressiona notevolmente è la solidarietà che dimostra il popolo indigeno nel riuscire ad organizzarsi. In poche ore uno dei parchi centrali della città si trasforma in un accampamento perfettamente equipaggiato: appoggio medico, raccolta distribuzione di medicinali, viveri e beni di prima necessità, informazione indipendente su come muoversi in città, condivisione di notizie e verifica delle stesse internamente. Martedì Laurita, la nostra responsabile, ci chiede se possiamo a recuperare coperte, medicinali e cibo. Li raggiungiamo con quello che riusciamo a raccogliere, in un locale vicino al luogo dell’assembramento principale. Una mamma della scuola dove lavoriamo è proprietaria di un piccolo locale dove normalmente offre pasti agli studenti universitari e ha deciso di metterlo a disposizione: si cucina un modesto pasto caldo dando la priorità a madri con figli e donne sole. È lì che comprendo la proporzione delle marce che si sono mosse verso le città, non sono venuti solo giovani e leader comunitari, le furgonetas che si avvicinano al parco sono cariche di intere famiglie con figli al seguito. Così davanti al locale possiamo ammirare cappelli Saraguro e di Zumbahua, gonne e tacchi, fasce e lunghe trecce nere di donne provenienti da tutte le
comunità della Sierra. Sui loro volti si legge calma ma anche molta determinazione. Approfittiamo dell’accompagnamento di Laurita e Fernando, suo compagno di vita e di lotte nonchè insegnante della scuola Yachay Wasi, per esplorare l’accampamento ormai gremito: tanto il Parque del Arbolito, quanto le strade che lo circondano sono una distesa di gentaza de gente e furgonetas. È qui che incrociamo Daniel, un altro collega della scuola, lui si è unito ai gruppi di supporto medico autorganizzato che cercano di soccorrere tempestivamente le emergenze nel corteo. Lo vediamo sfrecciare mentre accompagna un ragazzo ferito alla gamba. Proprio lungo le strade che collegano il parco al centro e, quindi,
ai luoghi di potere, si stanno fronteggiando alcuni manifestanti con le forze dell’ordine, colonne di fumo si snodano tra i palazzoni. Il pensiero improvvisamente va a quando torneremo a scuola, a come staranno vivendo i wawas questi fatti. Mi chiedo se, come famiglie indigene, alcuni siano scesi in piazza o comunque stiano appoggiando la
protesta. Ma soprattutto mi chiedo come dovrò io, come educatrice, rispondere ad eventuali domande su tutto questo. Penso personalmente che i bambini non debbano essere tenuti all’oscuro di questioni che a
volte gli adulti definiscono “difficili per loro”, sta a noi grandi piuttosto trovare la forma di esprimere in modo semplice concetti difficili anche perché spesso aiuta a comprenderli meglio. Oltretutto il proposito della scuola è ben chiaro a riguardo: dobbiamo formare bambini critici, riflessivi e soprattutto interessati a quello che succede nella società. Mi sento immersa in un momento cruciale di questo paese, ma allo stesso tempo non posso far altro che sentirmi anche esterna a quanto sta succedendo, straniera nel vero senso della parola. Mercoledì si è concluso, ma l’unica notizia che riceviamo è della morte di uno dei leader indigeni, dalla sierra come dalla Amazonía ancora altre comunità si stanno avvicinando alla città. Nulla è concluso… Nel racconto di quanto sto vivendo hanno un ruolo cruciale e fondamentale i miei compagni e le mie
compagne di avventura. Le mie coinquiline. La mia famiglia ecuadoriana. Sono i fratelli e le sorelle perfette per affrontare la situazione, entrandoci, ma mantenendo le distanze. Sono amici con cui scambiare opinioni e approfondire riflessioni quando mi sento spaesata. Sono soprattutto lo svago giusto al momento giusto e la battuta che risolleva il morale quando inizia a bajar. Il sorriso mantenlo prendido!

Livia Cozzolino

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